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BEAUTY NEWS

Senza reggiseno is the new black. Da Miley Cyrus a Rita Ora, da Bella Hadid a Dua Lipa e Emily Ratajkowski, sempre più star (tendenzialmente sotto i 35 anni, ma non è una regola) hanno rinunciato, durante il lockdown, a questo capo di lingerie. Segno che il trend #freefrombra è sempre più forte tra le Millennials e, soprattutto, le più giovani della Gen-Z.

In questo senso ci è piaciuto moltissimo un articolo pubblicato da Mariyam Haider sulla piattaforma digitale Medium. L'autrice, che titola il suo pezzo COVID-19 is the age of a bra-free life ricorda come per moltissimo tempo le donne che hanno avuto il coraggio e la voglia (l'indecenza, gli veniva però detto) di mostrarsi in pubblico "sans bra" siano state accusate di essere o scandalose o delle femministe ideologiche, o tutte e due le cose insieme. Anche molti anni dopo il movimento hippie e la rivoluzione del '68, non è raro che una donna e una ragazza che opti per la scelta no reggiseno venga ancora giudicata una potenziale gatta morta. La speranza? Che da questa terribile pandemia di COVID-19 ci si possa portare a casa una maggiore libertà. A partire dal reggiseno, accessorio per definizione. Dunque libero.

Seno "libero": il punto di vista della psicologa “Ben venga la possibilità di scelta anche e soprattutto in questo ambito”, è il commento della psicologa e psicanalista Elena Benvenuti. “Quel che conta, ormai lo abbiamo capito, è accettare la propria femminilità ed esprimerla, celebrarla senza sentirsi strette in dogmi e, tantomeno, rigidi moralismi culturali. Ma, soprattutto, cercando di non farsi influenzare da quello che gli altri potrebbero dire o pensare, dato che ovviamente si tratta di una questione completamente personale”. Come a dire, chi preferisce push-up, bralette e balconcino li indossi senza farsi problemi, ma allo stesso modo non si abbia da ridire con chi preferisce passare le sue giornate senza reggiseno.

Seno: routine beauty su misura Vero è che chi sposa la scelta del décolleté libero dovrebbe poter contare su un seno in grado di sostenersi da sé, dunque sodo e definito. Esistono cure beauty che aiutano a liftare e rassodare la scollatura, anche e soprattutto dopo gravidanza, allattamento e diete dimagranti strong. “In particolare”, ricorda Silvia Bianco, estetista di Lo Studio Bianco-Cardamomo, “La routine per il seno prevede una detersione con prodotti morbidi e oleosi e, una volta a settimana, l'uso di uno scrub delicato, seguito dall'applicazione di una maschera cremosa a base di collagene e/o Kigelia Africana, attivo naturale che aiuta a rassodare e compattare la pelle. Nella routine quotidiana, sì all'automassaggio una volta al giorno con un siero tonificante, con movimenti circolari e delicati”.

Phytobuste + Décolleté Intensive Firming Bust Compound di Sisley
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Defence Body Crema Rassodante Seno di BioNike
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Gel Rassodante Seno al Caffè Verde di Bottega Verde
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Collagene + Acido Ialuronico Rassodante Liftante Seno di Collistar
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Rassodante Corpo Lift Effect di Somatoline Cosmetic
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Volumizzante Rassodante Seno di PUPA
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Restoring Body Butter della linea Riso di Tuttotondo
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Tutti i segreti sul vestito lungo casual: ecco come indossarlo di giorno e i modelli di tendenza dell'estate 2020 direttamente dalle passerelle

Chi ha detto che l'abito lungo è solo per la sera? Il suo lato casual sta diventando sempre più preponderante, stagione dopo stagione. I modelli di tendenza dell'estate 2020 sono tanti. Restano i grandi classici, come i caftani, ma ci sono anche nuovi abbinamenti, come i maxi dress che si trasformano in top abbinati ai pantaloni. Il diktat di giorno è la calzatura flat. Scopriamo tutti i dettagli sugli abiti lunghi casual della stagione.

Il caftano

Alberta Ferretti lo declina in nuance fluo abbinandolo a un sandalo basso. 

Alberta Ferretti
Alberta Ferretti
L''abito lungo crochet

Profili a contrasto per questo abito Altuzarra che è un patchwork di lavorazioni crochet. La cinturina in vita, le pantofoline e la borsa in rafia completano il look.

Altuzarra
Altuzarra
Il vestito lungo leggero e svolazzante

Quello Etro, con scollo profondo e stampa animalier, è super sexy anche se portato con i sandali flat.

Etro
Etro
L'abito lungo trasparente, come una it girl

Da indossare con top e shorts nude, questo abito di Dior è un tripudio di preziosi ricami. Gli accessori per il giorno? Pantofole e cappello di paglia.

Dior
Dior
Floreale: l'abito lungo romantico

Ha il corpetto drappeggiato e la scollatura a fiocco il modello Luisa Beccaria. Da principessa.

Luisa Beccaria
Luisa Beccaria
L'abito lungo indossato come un top

Non importa la lunghezza, basta sbottonarlo e l'abito si trasforma in top, come accade sulla passerella di Jacquemus.

Jacquemus
Jacquemus
Lo chemisier

Ha bottoni gioiello e gonna plissé quello firmato Chanel. La sua allure bon ton si sposa alla perfezione con le ballerine.

Chanel
Chanel
Abiti lunghi ampi e svasati

Missoni li decora con mini ruches e li abbina a zeppe multicolor.

Missoni
Missoni

Scoprite la gallery dedicata al vestito lungo casual con i modelli di tendenza dell'estate 2020.

DiorDiorDiorDiorJacquemusJacquemusJacquemusJacquemusChanelChanelAlberta FerrettiAlberta FerrettiAltuzarraAltuzarraMax MaraMax MaraAlberta Ferretti Alberta FerrettiAlberta Ferretti Alberta FerrettiEtroEtroEtroEtroDiorDiorMissoniMissoniOscar de la RentaOscar de la Renta


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Dalle espadrillas ai trampoli 70s, ai modelli con dettaglio gioiello: l'estate 2020 è ricca di sandali con zeppa. Tutto è oltre misura, d'altezza e d'estrosità

Eccentriche o minimal chic, con suola naturale (corda o sughero) o ricoperte da charms e pietre preziose, le scarpe protagoniste dell'estate 2020 sono proprio le zeppe. Ai centimetri che permettono di slanciare la figura, c'è la questione pratica: la comodità di un tacco che garantisce il passo sicuro. 

Chiaro il riferimento alla moda anni 70, quando le zeppe erano un dettaglio cult: Miu Miu alleggerisce l'estetica tipica di quei anni, proponendo modelli a fantasia, con applicazioni e modernizzando il tacco di legno. 

E per chi sostiene che le zeppe non sono scarpe sexy, vi stupiamo con le declinazioni moderne e minimali: infradito, fascette di pelle e inserti di plexiglass, per modelli che puntano al nude look.

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Outfit 2020: il look casual chic è con gli zoccoli

Sandali estate 2020: scarpe tendenze moda e modelli

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Il duo composto da Youngshin Hong e Sanglim Lee rappresenta l'anima del brand di menswear Young N Sang, da poco dedicatosi completamente alla moda sostenibile. Il percorso che hanno deciso di intraprendere è totalmente incentrato sul recupero, declinato nelle sue più varie accezioni. Da un punto di vista estetico invece quest'anima ecologica si è coniugata alle tradizioni della Corea, dalla quale la coppia proviene, che sono state rielaborate in chiave contemporanea, ma sempre molto rispettosa, così come la scelta (azzeccatissima) di usare il nonno di uno dei due come modello. La nuova collezione di Young N Sang, priva di una vera connotazione stagione, si intitola Street Venders (venditori ambulanti in italiano, ndr) vista l'importanza del mercato tradizionale coreano, che si configura come una potente fonte di ispirazione per molti designer. Per il duo che mira alla raccolta di tutto ciò che può essere riportato a nuova vita, un immenso mercato rappresenta certamente un cruciale incubatore di possibilità che aspettano solo di essere colte per assumere nuovi ruoli e significati.  

L'upcycling di Young N Sang è inoltre ispirato agli stessi venditori ambulanti che, a quanto dicono i designer, hanno sempre uno stile personale molto deciso, attraverso il quale si possono scoprire combinazioni estetiche nuove e inaspettate, che li influenzano costantemente. Tutti questi elementi hanno portato alla collezione di moda sostenibile Street Venders.  

La tecnica principalmente usata per questa collezione è quella dell'intreccio realizzato a mano: dopo aver recuperato una serie di tessuti, questi sono stati tagliati a strisce, poi intessute insieme per dare vita a una sorta di moderno bouclé. Questo nuovo materiale ottenuto dall'utilizzo di scarti recuperati è stato scelto per realizzare camicie da bowling e giacche che rievocano classici giubboti jeans. Le camicie sono anche tropicali grazie a una lavorazione patchwork che prevede l'inserzione di parti di stampe differenti, poi applicate su una prima stampa usata come sfondo. Queste sono quindi abbinate a dei pantaloni morbidi che sono ottenuti dalla fusione di due diverse sezioni dei pantaloni stessi, tagliati prima in verticale e poi riassemblati insieme, unendo però la parte esterna con quella interna, montata perciò al rovescio. Le maglie sono anche a manica lunga con fantasie ricreate attraverso un patchwork asimmetrico, grazie al quale nascono motivi nuovi oppure con stampe orientali che vengono accentuate attraverso l'applicazione di piccole perline e pietre, cucite in modo incompleto.  

Gli accessori giocano sicuramente un ruolo determinante, rappresentando in modo evidente questo concetto di upcycling: i gioielli sono infatti creati attraverso la combinazione di "cianfrusaglie", definite così dagli stessi designer, che gli conferiscono però una divertente anima pop, grazie ai moschettoni, gli ami da pesca e i piccoli giocattoli che li compongono. I marsupi sono tenuti insieme da grandi spallacci recuperati dagli zaini, che diventano anche cinture, usate perfino per fissare una coperta in pile con la stampa di una tigre, utilizzata come mantella.  



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Certo, i giorni di quarantena non hanno aiutato il contorno occhi. Per tutto il lockdown il viso al naturale e il poco trucco non hanno contribuito a un look fresco e riposato. Soprattutto la zona del perioculare, che spesso è segnata da borse e occhiaie

“Con l’età il contorno occhi si svuota nella parte superiore ma a volte dipende anche da un elemento strutturale del viso, che  può essere scavato da giovani in alcune parti e più ‘morbido’ in altre, come nel solco lacrimale, dove si formano le borse”, dice Gabriele Muti, chirurgo plastico a Milano e segretario nazionale di Aicpe (Associazione italiana di Chirurgia Plastica Estetica). “La chirurgia estetica oggi è molta avanzata e prevede interventi tailor-made dove si riempie e si ‘asciuga’ a seconda della necessità del viso”. 

Non a caso la blefaroplastica è il terzo trattamento più chirurgico più diffuso (dopo la mastoplastica al seno e la liposuzione) ed è il migliore per quanto riguarda il rapporto costo/benefici. “Se si occupa solo della parte superiore è piuttosto rapido, è in anestesia locale e dura una ventina minuti”, continua il chirurgo. “Nella maggior parte dei casi, tuttavia, si esegue anche nella palpebra inferiore, perché, come dicevamo, spesso si tratta di ‘spostare’ il grasso, laddove è in eccesso e riposizionarlo dove, al contrario, è mancante”. 

Insomma, è un gioco di pieni e di vuoti che prevede un decorso di tre-quattro giorni con i punti e una settimana di edema (da coprire con un paio di occhiali da sole) e poi il look è di nuovo presentabile. “La cicatrice dipende se il tessuto è più o meno rilassato”, precisa il chirurgo. “Può essere anche molto sottile ed eseguita nella congiuntura, in modo che sia quasi invisibile”. 

In alcune situazioni si procede, insieme alla blefaroplastica, con il lifting del sopracciglio: significa che lo sguardo  si è “abbassato” ed è più stanco in seguito all’aging della fronte e delle tempie."Possono essere utili anche delle iniezioni di botox", consiglia Muti. “Il bisturi, naturalmente, ha un effetto più duraturo, fino ai 10 anni, se il passare degli anni è fisiologico e non troppo traumatico”. 

Che significa, no fumo, overdose di sole e luce blu (cioè smartphone, tablet e pc). È un intervento che migliora molto anche l’aspetto di chi soffre di occhiaie. “Il chirurgo può trasferire una piccola porzione di grasso nella zona più segnata: naturalmente ci vuole la precisione e la competenza solo di un professionista molto esperto”. Non risolve, invece, il problema di chi ha borse e gonfiori, se questi dipendono da problemi circolatori. “Difficile generalizzare e spiegare a priori”, prosegue Muti. “Ogni viso è diverso e, soprattutto dopo i quarant’anni, che si inizia a perdere la struttura originaria, spesso si tratta di bilanciare e combinare tecniche diverse in un’ottica complessiva di volumi e di pieni. Per questo può essere utile che la paziente mostri una foto di dieci anni prima, in modo da rispettare sempre la sua immagine originale”.



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Per i designer africani la moda sostenibile e responsabile non è un trend al quale uniformarsi, ma piuttosto uno stile di vita e una modo di lavorare che caratterizza la loro storia da sempre. Il riutilizzo, il fatto a mano, i ritmi naturalmente lenti sono tutti elementi propri della cultura africana che inevitabilmente si riflettono anche nella moda. Il concept store parigino Centre Commercial che ha fatto della responsabilità il proprio caposaldo, si è unito a LAGO54, piattaforma che connette brand africani con store internazionali in tutto il mondo, per il lancio di un pop-up store con una selezione di brand Made in Africa, perfettamente in linea con questo concept. 

Il pop-up aprirà dal 25 maggio all'8 giugno sia online che in-store con i prodotti di sette brand africani di moda sostenibile: Studio 189, Pichulik, Asha Eleven, Rokus London, Lem-Lem, Imane Ayissi e Kudu Cosmetica

L'obiettivo di LAGO54 di creare connessioni tra i brand africani e gli store più attenti alla responsabilità nel mondo è stato pienamente raggiunto con questa nuova iniziativa che porta a Parigi sette dei marchi più sostenibili della scena africana in questo momento, grazie a una qualità elevata e un'attenzione, non solo per l'ambiente ma soprattutto per le persone che lavorano e le comunità che vengono coinvolte nella realizzazione dei prodotti. 

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Imane Ayissi
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Asha Eleven
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Lem-Lem
studio 189STUDIO 189
studio 189
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Kudu Cosmetica
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Rokus London
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Pichulik


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Vittoria Ferragamo e l'Orto del Borro

È difficile non aver sentito mai parlare de Il Borro. È un luogo incantevole nel verde della Valdarno, un elegante resort, un albergo diffuso che ha al suo interno anche un borgo medievale ristrutturato, appartenuto ad alcune delle famiglie dell’alta nobiltà europea: dai Medici-Tornaquinci di Firenze, ai Torriani di Milano, dagli Hohenlohe Waldemburg fino ai Savoia-Aosta nel primo ’900.

Ma forse non tutti sanno che il Borro è anche un’azienda agricola e vitivinicola all’avanguardia: 1.100 ettari che dal 2015 sono diventati interamente biologici ed ecosostenibili. Dal 1993 questa tenuta appartiene a Ferruccio Ferragamo, uno dei quattro fratelli a capo di una delle maison di moda fiore all’occhiello del made in Italy. E tra le eccellenza di quest’azienda ce n’è una, forse ancora meno conosciuta e in grande espansione: è L’Orto del Borro, gestito a 360 gradi da Vittoria Ferragamo, figlia - la quinta di sei - di Ferruccio.

Ottavia Poli

«Sono sempre stata affascinata dalla bellezza della natura e ancora di più dalla sua forza», ci racconta. «La natura nutre, la natura cura. L’ho amata e l’ho scelta fin da piccola, pur essendo orgogliosa di appartenere a una famiglia che ha fatto un pezzo della storia della moda italiana. La mia prima passione sono i cavalli. Da piccola facevo anche gare internazionali di salto agli ostacoli. Oggi, qui, con mio marito li alleviamo, abbiamo avuto anche dei saltatori importanti. Poi abbiamo un maneggio e agli ospiti del resort offriamo la possibilità di cavalcare nei dintorni, di fare escursioni passeggiate e picnic». Ma com’è arrivata poi all’attività dell’orto? «In modo molto semplice», ci spiega. «All’inizio questo era l’orto di casa, noi eravamo sempre deliziati dai profumi e dai sapori autentici delle verdure, così abbiamo pensato che avrebbe potuto diventare l’orto dei “buoni intenditori”».

Oggi è un bellissimo “giardino coltivo” biologico di tre ettari in cui vengono prodotti ortaggi di stagione caratterizzati da freschezza, qualità e sapore autentico che rappresentano anche la materia prima dell'Osteria del Borro, guidato dallo chef Andrea Campani, e del Tuscan Bistrot di Firenze che riapre i battenti il 27 maggio.

Qui Vittoria è aiutata nel suo compito dall’agronomo Leonardo Cistullo e da un team specializzato di collaboratori, agricoltori ed esperti botanici.

Scegliere l’agricoltura biologica implica la capacità di osservare e rispettare la natura, aiutare la terra a rigenerarsi, per preservarne la fertilità e per mantenere di conseguenza un alto livello di qualità della produzione. “Biologico: vuol dire fare una scelta consapevole e sostenibile, che fa bene al nostro organismo, ma anche al Pianeta che ci ospita”, afferma Ferragamo. “Le verdure di questo momento? Gli asparagi, le zucchine, i ravanelli, ma anche i carciofi perché il Borro si trova a 300 metri di altitudine e qui la vegetazione è in lieve ritardo rispetto alla pianura. Tutte verdure fresche che arrivano con le uova delle nostre galline in una cesta che sa di natura autentica”, ci racconta Vittoria. 

Ma non è tutto. Per il futuro la famiglia Ferragamo sta pensando di avviare tutta una serie di nuove attività. “Già da quest’anno realizziamo conserve di pomodoro e una linea di salse e sughi, composte di ortaggi (zucca e cipolle per esempio) da poter abbinare ai vini de Il Borro, confetture di fragole, more, cachi e ciliegie ideali per la prima colazione”, ci racconta. Ma da luglio avremo anche le prime confezioni di pasta artigianale e di farina che useremo anche per fare in casa pane, pizze, biscotti e dolci a marchio Il Borro. Sia la pasta sia la farina sono prodotte dai grani antichi, dal farro e dal grano saraceno (privo di glutine) che abbiamo iniziato a coltivare dallo scorso autunno proprio qui nella tenuta.

Oltre a tutto questo, il sogno nel cassetto di Vittoria è la produzione di formaggi e ricotte (da allevamento ovino) e l’avvio della filiera della frutta, con piante tipiche del territorio: la Mela Gialla delle Pianacee, la Mela Piatta delle Cantine, la Diacciata, i fichi toscani, i ciliegi del Cassero e così via... alla riscoperta di varietà ormai introvabili o abbandonate nel tempo, frutto di ricordi le cui tracce ancora si ritrovano nei dintorni de Il Borro.



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Quando nel 2014 il principe George partecipò al suo primo impegno ufficiale in Nuova Zelanda all’età di soli otto mesi, tutto il mondo era curioso di vedere cosa avrebbe indossato il futuro re del Regno Unito. (Fino ad allora, infatti, era apparso solo in foto di famiglia condivise dal Duca e dalla Duchessa di Cambridge e nel ritratto di presentazione ufficiale sulle scale dell’ospedale). Composto da una salopette in stile marinaro della designer britannica di abbigliamento da bambini Rachel Riley, l’outfit in questione registrò il tutto esaurito poco ore dopo dalla pubblicazione della foto. “L’interesse nel capo è stato straordinario”, racconta Riley a Vogue.

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Kate Middleton e George in Nuova Zelanda, nel 2014
Samir Hussein

La salopette, che faceva parte della collezione Heritage del marchio, rispecchia lo stile tradizionale scelto per il principe George e per i fratelli più piccoli, Charlotte e per Louis. “Gli abiti che creiamo hanno un design senza tempo”, spiega Riley. Per il battesimo della principessa Charlotte nel 2015, il Principe George aveva indossato un set con pantaloncini corti bianchi e rossi sempre firmato Riley, che riprendeva quello indossato dal padre, il principe William, nel 1984 quando si era recato all’ospedale per incontrare il fratellino, il principe Harry, appena nato. Riley aggiunge inoltre che la selezione degli abiti per i bambini dei Duchi di Cambridge è scelta e ponderata con attenzione, il che significa che la somiglianza tra i due capi non era affatto casuale.

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Il principe William nel 1984
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Il principe George nel 2015
REX/ShutterstockLady Diana e il principe William nel 1983DIANA_BABY_WILLIAM
Lady Diana e il principe William nel 1983
Tim GrahamKate, il principe William e George nel 2014
Kate, il principe William e George nel 2014

Echi storici simili sono riscontrabili anche nel guardaroba del principe Louis: l’anno scorso, per esempio, il più piccolo di casa Cambridge aveva indossato un coordinato bianco e blu del marchio La Coqueta che ricordava un capo simile indossato dal padre alla stessa età. Gli abiti a fiori della principessa Charlotte sono stati paragonati a quelli della Regina e della principessa Anna quando erano bambine. E sono riapparsi anche alcuni capi della tradizione, come il pagliaccetto blu indossato dal principe George al Trooping of the Colour del 2015, lo stesso visto sul padre 30 anni prima.

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Elisabetta II e la principessa Margaret a Windsor, nel 1937
Print CollectorCharlotte e George nel 2018, al matrimonio della principessa EugenieAFP_19Z1ST
Charlotte e George nel 2018, al matrimonio della principessa Eugenie
VICTORIA JONES

E se la madre Kate è diventata famosa per l’abitudine di sfoggiare alcuni dei suoi look preferiti più e più volte, i bambini reali vengono spesso fotografati indossare outfit pressoché identici a quelli indossati in passato. Basta pensare alla tipica camicia bianca con profili blu del principe George o alla passione della principessa Charlotte per i colletti alla Peter Pan. C’è poi la tradizione consolidata del tramandarsi capi tra fratelli e sorelle. L’anno scorso la principessa Charlotte è stata fotografata due volte con addosso il cardigan blu del fratello maggiore, del marchio spagnolo Fina Ejerique.

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La principessa Charlotte nel 2017
Pool/Samir Hussein

I commentatori reali sembrano ritenere che gli outfit sobri e discreti scelti per i bambini, quasi una sorta di capsule collectio, abbiano lo scopo di distogliere l’attenzione del pubblico da ciò che indossano e di presentare i Cambridge come una famiglia “normale”.

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William, Kate, George e Charlotte nel 2016, in Canada
Pool/Samir HusseinI duchi di Cambridge al battesimo di Louis, nel 2018doml_louis_004.jpg
I duchi di Cambridge al battesimo di Louis, nel 2018
WPA Pool

Nonostante gli sforzi del Duca e della Duchessa, c’è un enorme interesse nei confronti del guardaroba dei bambini. Il fenomeno del tutto esaurito che si registra non appena i piccoli reali vengono fotografati con un certo capo è stato soprannominato il “Cambridge effect”. Secondo l’azienda di consulenze Brand Finance, nel 2015, il contributo annuale del principe George (che al tempo aveva 2 anni) e della principessa Charlotte (nata a maggio di quell’anno) all’economia del Regno Unito era stimato essere rispettivamente di 76 e 101 milioni di sterline, che nell’arco della loro vita si stima ammonterà a 2,4 miliardi e 3,2 miliardi. Si prevede inoltre che anche il principe Louis avrà un simile effetto sull’economia britannica.

Kate Middleton, il principe William, George e Charlotte nel 2016, in Canada92683981
Kate Middleton, il principe William, George e Charlotte nel 2016, in Canada
Samir HusseinWilliam, George e Charlotte fanno visita al neonato Louis il 23 aprile 201899881287
William, George e Charlotte fanno visita al neonato Louis il 23 aprile 2018
Neil Mockford

Amaia Kids, il marchio londinese che ha creato i look da damigella d’onore e paggetto per il matrimonio della Principessa Eugenie lo scorso ottobre, ha sperimentato l’effetto Cambridge in prima persona. Sia il principe George che la principessa Charlotte indossano abitualmente capi del marchio, molti dei quali, come il cardigan blu indossato da George per far visita alla sorella appena nata in ospedale, sono andati a ruba in seguito al debutto reale. La co-fondatrice Amaia Arrieta spiega come l’impatto reale vada ben oltre il ‘tutto esaurito’ dei singoli capi. “È questione di reputazione”, commenta a Vogue. “Si entra nel radar di molte persone che prima non sapevano nulla del tuo brand”. La stilista spiega inoltre come la famiglia Cambridge abbia ispirato un revival di stili tradizionali nell’abbigliamento da bambini. “C’è stato un ritorno al passato. I bambini reali appaiono sempre così teneri e ben vestiti”.

Come i genitori, anche i bambini possiedono capi più formali per gli eventi ufficiali e un guardaroba per il tempo libero. “William e Kate li vestono in maniera più casual quando sono lontani dai riflettori”, fa notare l’esperto di moda della famiglia reale, Michael Talboys. “Pian piano stanno allentando le formalità”. Di recente, il principe George è stato fotografato con un maglioncino di pile color kaki, jeans e scarpe Nike durante un’uscita di famiglia ad un evento equestre a Norfolk, mentre la principessa Charlotte ha indossato un piumino blu e una gonna a scacchi. Questo dress code più rilassato ricorda l’infanzia del principe William e del principe Harry, che erano spesso ritratti con T-shirt e pantaloncini a righe quando non coinvolti in impegni ufficiali.

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Il principe William nel 1984
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William e Harry nel 1985
Tim Graham

Dopo aver acquistato lo stesso modello di body visto alla prima uscita di Baby Sussex migliaia di genitori britannici stanno cercando la camicia a quadretti del principe Louis, indossata il giorno del suo secondo compleanno: il marchio è abbastanza popolare, Tu at Sainsbury's.

Louis di Cambridge compie 2 anni. Ecco le nuove foto
Tanti auguri al terzogenito dei Principi di Cambridge che oggi compie 2 anni. Ecco i suoi nuovi ritratti ufficiali
Louis di Cambridge© The Duchess of Cambridge

Guardate anche la gallery di tutte le migliori foto dei royal babies di tutti i tempi qui



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Un annuncio affidato a Instagram: Gucci non sfilerà più seguendo il calendario ufficiali della moda, ma secondo un ritmo che prevede due sole presentazioni all’anno. A scriverlo è il direttore creativo Alessandro Michele, con una serie di post intitolati “Appunti nel silenzio”, con cui il designer spiega il suo nuovo progetto.

 «Nel mio domani abbandonerò quindi il rito stanco della stagionalità e degli show per riappropriarmi di una nuova scansione del tempo, più aderente al mio bisogno espressivo»: parole che lasciano poco spazio alle interpretazioni e annunciano un processo già in corso nel mondo della moda. Sono molti infatti i designer e i player del settore che hanno lanciato spunti di riflessione volti a cambiare un ingranaggio frenetico capace a volte di stritolare la creatività chiamata a sottostare a un programma serrato di rilasci e presentazioni.

La decisione di Gucci segue gli importanti annunci di Saint Laurent, della Camera Nazionale della Moda Italiana - che dal 14 al 17 luglio 2020 presenterà la prima Milano Digital Fashion Week , e di Giorgio Armani ha presentato il suo nuovo calendario delle sfilate uomo, donna e alta moda: le prime due collezioni saranno presentata a settembre 2020 con modalità nuove e la haute couture sarà posticipata a gennaio 2021 e tornerà a Milano da Parigi (qui tutti dettagli).

Scrive ancora Alessandro Michele: «Ci incontreremo solo due volte l’anno per condividere i capitoli di una nuova storia. Si tratterà di capitoli irregolari, impertinenti e profondamente liberi. Saranno scritti mescolando le regole e i generi. Si nutriranno di nuovi spazi, codici linguistici e piattaforme comunicative». 

 «Mi piacerebbe abbandonare l’armamentario di sigle che hanno colonizzato il nostro mondo: cruise, pre-fall, spring-summer, fall-winter. Mi sembrano parole stantie e denutrite. Sigle di un discorso impersonale, di cui abbiamo smarrito il senso». E passa alle proposte, al battesimo di nuovi termini: «saranno nomi legati, di volta in volt alla musica classica: sinfonie, rapsodie, madrigali, notturni, overture, concerti e minuetti a costellare il mio percorso creativo». 

Nell’ultimo post l’abbraccio a tutte le persone che lavorano con lui e che da ora in poi lo seguiranno in questa nuova fase: «Ricalibrare il tempo su passi più umani vuole essere una promessa di rinnovata cura nei confronti di questa meravigliosa comunità di intenti».



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Nipple Kiss Photograph by Pixy Liao Chosen by Federica Chiocchetti

From the 2013 series For Your Eyes Only.
From the 2013 series For Your Eyes Only.
Pixy Liao

I’ve always wondered how male and female anatomical differences translate into psychological ones, but every time I try to address the thought, I run into platitudes. The history of gender identity is one of constructed conformity told to us in binary oppositions by religion, the media, mainstream education, and socio-political and cultural systems: nature (women) versus culture (men), weakness versus strength, and feminism versus patriarchy. The real challenge lies in identifying non-binary differences. So, can a more nuanced, less black-and-white approach be taken? Pixy Liao’s Nipple Kiss, from her 2013 series For Your Eyes Only, suggests such a way. Unlike genitals, nipples are body parts that we – men and women – have in common. But this protuberance of the mammary gland is distinct in that females only have naturally open lactiferous ducts, from which milk is drawn by the infant. Though some movies of doubtful taste have attempted to portray the dystopian scenario of pregnant men – Arnold Schwarzenegger’s gravid scientist in Junior (1994) comes to mind – male pregnancy is and should remain inconceivable. A nipple kiss consists of the encounter of two similar surfaces without penetration – without, that is, any “colonising” dynamics. Each nipple tenderly touches the other, yet maintains its independence. Hence, paradoxically, even though male and female nipples are alike, because of the different functions they perform, and the different symbology they evoke – i.e. maternity in women – they represent to me, emphatically in Pixy Liao’s image, a sophisticated metaphor for this challenging task of finding non-binary differences, and in preserving them.

Federica Chiocchetti is a writer, curator, editor and lecturer specialising in photography and literature. Through her platform, Photocaptionist, she collaborates with institutions such as the Maison Européenne de la Photographie (MEP) and Fotografiemuseum Amsterdam (Foam). A PhD candidate in photo-textualities at the University of Westminster, she recently guest-edited issue 16 of Aperture’s PhotoBook Review.

Self-Portrait Photograph by Samuel Fosso Chosen by Ekow Eshun

From the 70’s Lifestyle series, SM 29, 1975-78.
From the 70’s Lifestyle series, SM 29, 1975-78.

In 1975, aged 13, Samuel Fosso set up his own photography studio in the Central African Republic, having fled the Biafran War in Nigeria. After closing time, his clients done with, he acquired the habit of taking his own photographs. Picturing himself in flares and platform boots was, in part, an act of discrete rebellion against the censorious rule of Jean-Bédel Bokassa, the self-declared Emperor of Central Africa, who had instituted a ban on tight-fitting clothes. But his self-portraits, which were never originally intended for public display, also play with representations of masculinity, gender, status and sexuality. In one image Fosso presents himself wearing only dark underpants and a pair of white gloves. He stands side-on to the camera, his eyes cast down towards the tiled floor and the gloved hands at his hips calling attention to his crotch. In other pictures, he takes on a variety of guises: a dandy in voluminous bell-bottoms; a modest guy with his back to the camera; a louche figure in underpants. For all that such pictures were made in private, they still look as though Fosso had an audience in mind when he made them. In some of the portraits the camera is set far enough back to reveal the surrounding studio lights. Fosso seems to be signalling the artificiality of his setting. Perhaps, too, he’s proposing that maleness itself is an artificial proposition. In his portraits, being a man is not a singular fixed proposition, a way of being that’s fixed in the body. Instead it becomes a pro- visional state that’s open to perpetual redefinition. It is a performance always in the making.

Ekow Eshun is the author of the newly published book Africa State of Mind: Contemporary Photography Reimagines a Continent. (Thames & Hudson). He is a writer and curator and the former director of the Institute of Contemporary Arts (ICA), London. He has contributed to several books and catalogues. His writing has appeared in publications including The New York Times, Financial Times, The Guardian, Aperture and Wired.

Father and Son Watching a Parade Photograph by Chris Killip Chosen by Simon Bainbridge

Father and Son Watching a Parade, West End, Newcastle, Tyneside, UK, 1980.
Father and Son Watching a Parade, West End, Newcastle, Tyneside, UK, 1980.
Chris Killip

The year is 1980. The scene is a deprived neighbourhood of Newcastle, a once-thriving city famed for its coal and shipbuilding, now on its uppers. No longer a powerhouse of industrial revolution, a masculine archetype has also begun to fade – the proud certainty of the working man. Far away – 280 miles, to be precise – the Blitz Kids are styling themselves as the New Romantics. At their eponymous Tuesday-night club in London’s Covent Garden (where Steve Strange was the greeter, Boy George worked the cloakroom, and fashion student John Galliano was among the androgynous regulars), they were redefining masculinity in their own terms, as a kind of pantomime of the absurd. These two realities – far away, so close – still coexist. But today, gone is the shock of the new. It’s easy to see the Blitz club goers as gender-bending forerunners, and the father and son pictured here as a distant glimpse of a forgotten era, now confined to the postindustrial dustbin. And yet I see so much to admire in that father’s face. I identify with the vulnerable yet protective masculinity so deftly captured by the photographer Chris Killip while working on In Flagrante, 15 years in the making, and now regarded a photobook classic. In 1980, I would have been a little older than the boy here, but there’s not much in it. My father carried me upon his shoulders. We were not poor, but he’d come from a similar place. Born in Liverpool during the war, he’d lost his father to tuberculosis at around the same age as the boy in the photograph. And now my children sit on my shoulders. There’s something in this photograph that touches me directly; a continuity.  I’m both parent and child; the masculine me, passed down from father to son.

Simon Bainbridge is editor-in-chief of the British Journal of Photography, and editorial director of 1854 Media, where he has initiated projects such as Portrait of Britain, a countrywide exhibition reflecting on national identity. His first book, Magnum Artists: When Great Photographers Meet Great Artists, is published by Laurence King this autumn.

Bodhi Photograph by Casper Kofi Chosen by Elisa Medde

Bodhi, 2018, © Casper Kofi.
Bodhi, 2018, © Casper Kofi.

Some time ago, while sort of wrestling my two boys in a solo parenting moment, I met someone and she giggled, “Wow, you really are outnumbered now! Good luck, boys will be boys!” I zoned out looking at my oldest, back then rocking long golden locks, thinking of how many times I’d been told, “What a lovely little girl you have!” What did she mean? What she said felt weird and randomly stereotyping, but hit a nerve. Me and their father had long discussions before the first one was born, and we decided that our family would be an ongoing experiment. What happens when you educate kids in such way that no task or behaviour or colour or toy or emotion is associated with gender? What for me was a political necessity, something coming from a rational elaboration, for him was his personal revolution as a man and his instinctive approach on fatherhood. “This way”, I remember him saying, “we have better chances to grow decent, free human beings.” And over the years, I am discovering what it means when boys are free to be whatever they feel: they can be stubborn, sensitive, scared, proud, creative, hilarious, fragile, caring, annoying, petty, loving, binary and extremely complex. They can be superheroes, and dress like princesses. Is this surprising? Is this masculine? Is this feminine? They could not care less. This is our problem as adults using words that need a binary gender system to exist and be defined. I have often been defined as masculine, and my son as very feminine. These words mean nothing to me. But then, when trying to visualise how I wish my kids to be, the images of Casper Kofi come to mind. The absolute, simple and powerful joy of being free, the possibility to shine and evolve into the best version one wants, or can, be. Kind, caring, happy, strong superheroes. Whatever gender they will end up being. Elisa Medde edits, curates and writes about photography. With a background in History of Art, Iconology and Photographic Studies, her research reflects on the relations between image and power. She has been a nominator for the Mack First Book Award, Prix Elysée, The Leica Oskar Barnack Award and MAST Foundation for Photography Grant amongst others, served in a number of juries and written for Foam Magazine, Something We Africans Got and other publications. Since 2012, Elisa is the Managing Editor of Foam Magazine.

EDITED BY ALESSIA GLAVIANO

L'UOMO, May 2020


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La mattina di un giorno così, un uomo originario del Sud italiano, che non aveva mai amato se stesso né il proprio nome (perciò non lo diremo), entrò in casa dopo una breve e febbrile passeggiata in giardino quando udì una voce femminile cantare in lontananza. Era un vecchio motivetto sdolcinato, una di quelle canzoni che tutti ricordano benché nessuno possa dirne il titolo preciso né l’interprete né niente. L’amore, il cuore e il languore – le solite sciocchezze. Tuttavia, non avendo nulla da perdere e poiché immaginava che il suo nome sarebbe rimasto segreto, l’uomo cominciò a canticchiare anche lui: da principio in sordina, un po’ incerto, intimidito dalla voce melodiosa e orizzontale della donna, poi con maggiore convinzione e felicità. Finché sia la donna sia lui tacquero di colpo e nello stesso istante.

Passarono quel giorno e i giorni seguenti. Ogni voce sembrava tacere in ritirata. La primavera invece avanzava come un esercito invincibile e splendente: il glicine studiava le sue strategie rampicanti, i calabroni elaboravano il proprio volo ripetitivo e vagamente minaccioso, le rose preparavano la riscossa sotto forma di boccioli. Nel silenzio generale, solo gli insetti ronzavano fastidiosi e gli uccelli battibeccavano. Ogni mattina l’uomo che non amava se stesso né tantomeno il proprio nome (e per questo forse ne era geloso) si alzava molto presto e passeggiava nervosamente in giardino: con ogni probabilità, sperava che al rientro in casa avrebbe udito di nuovo la voce femminile intonare la canzone di cui non gli riusciva di sapere il titolo né l’interprete né niente e, poiché non la udiva, ogni giorno era per lui una sconfitta.

Alla quinta settimana di silenzio – eppure la campagna intorno ribolliva di suoni, di versi e richiami incessanti che ormai detestava – l’uomo decise senza deciderlo davvero di mettersi a cantare da solo quella sciocca canzone senza titolo né autore, perché alleviava la sua solitudine e perché in fondo era meglio che niente. Fu così che di nuovo udì la voce della donna, melodiosa e orizzontale, spandersi in casa e fuori con gentilezza e gratitudine. Pronunciava le vocali aperte come nel Sud italiano, era tonda, promettente, nascosta nel segreto del suo nome. E poiché quell’uomo poteva amare gli altri ma non se stesso, riconobbe senza tanti fronzoli che la voce femminile era la sua e la amò.

Nato nel 1958, Mario Fortunato ha diretto l’Istituto italiano di cultura di Londra ed è editorialista della “Süddeutsche Zeitung”. Critico letterario, traduttore di autori come Maupassant, Virginia Woolf e Evelyn Waugh, ha pubblicato libri di narrativa, saggi e memoir. In uscita a breve il suo nuovo romanzo, “Sud”, pubblicato da Bompiani come tutti i precedenti.

A CURA DI FEDERICO CHIARA 

In apertura: la cover con Grimes scattata da Ryan McGinley. Styling di Patti Wilson.

Da Vogue Italia, n. 837, maggio 2020


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La bella stagione è arrivata e con lei è terminato anche il lungo lockdown. Per festeggiare il ritorno a una prima parvenza di “normalità”, cosa c’è di meglio di una buona bottiglia di vino per brindare? Però che sia quella giusta, si tratta di un avvenimento importante!

Ecco i nostri 10 consigli per le bottiglie da stappare in questi giorni.

Cuvée ’More Pas Dosé - Castello di Cigognola

Nell’Oltrepò Pavese ci sono 3000 ettari vitati dedicati al Pinot Nero, praticamente più qui che in tutta Italia. Ma in molti ancora ignorano questo territorio poco distante da Milano, e così perdono l’occasione di assaggiare grandi vini. Il Pinot Nero qui gode dei terreni argillosi e il 45° parallelo su cui cresce gli permette di avere ottime maturazioni. Nel Castello di Cigognola si fa sul serio, la “maison del Pinot Nero” produce spumanti secondo metodo classico con una cifra stilistica propria, in grado di emozionare davvero. Eleganza con bollicine dal frutto maturo e dal dosaggio ridotto, come nel caso della Cuvée ’More Pas Dosé, grandissima freschezza che si esprime con frutti rossi, pesca noce e mela verde. Nel bicchiere immediatezza e corposità convivono per una bevuta appagante e continua. Anche nel caso della versione “Brut” meno leggiadra ma più ricca in cui la frutta matura ed esotica, in primis il mango, la fanno da padrone lungo un nervo acido costante. D’altronde dove c’è creatività c’è evoluzione.

Prosecco Superiore di Conegliano Valdobbiadene Docg Alice .G - Le Vigne di Alice

Siamo nell’alta collina trevigiana dove le viti di Prosecco Superiore crescono sulle pendici dichiarate Patrimonio dell’Umanità. Qui dai primi dal 2005 Cinzia Canzian ha messo in piedi la sua azienda “Le Vigne di Alice”. Dimenticate l’idea generalista e fuorviante che avete del Prosecco, mettete da parte i (pre)giudizi spesso negativi riguardo bollicine frivole senza carattere, e assaggiate il suo .G metodo classico da uve Glera. Che bomba, è ricchissimo e intenso, profondo e ampio, si presenta con le note più sobrie di mela e si espande con buona presenza di polpa e ricordi costanti di frutta matura; minerale e speziato, accattivante e godurioso, un Prosecco sui generis che compone una famiglia variegata e da scoprire. “Life is a bubble”, come dice Cinzia, se sono tutte come le sue sarà una bella vita.

Soave Classico Doc Calvarino - Pieropan

Difficilmente assaggerete un Soave di questa caratura. Nella zona classica collinare di Soave si estendono i vigneti della famiglia Pieropan, giunta alla quinta generazione, tra cui il cru Calvarino da cui si ottiene l’omonimo vino, espressione più tradizionale e autentica del vino Soave la cui prima etichetta risale al 1971. Garganega 70% e Trebbiano di Soave 30%, è particolarmente longevo, vi stupirà assaggiare qualche vecchia annata (se siete fortunati) ma è un fuori classe fin da subito. Proviene da un terreno gessoso che gli conferisce una piacevole sapidità e mineralità. Calvarino è elegante e piacevolissimo, il profilo floreale ne delinea la grazia e l’ampio bouquet fa divertire: dalla pera al melone bianco, dalla mela fino alla nocciola che ne denota la caratteristica riconoscibile. Elegantemente sapido, lungo e persistente, un campione. Quando poi sarete pronti, concedetevi il vino “La Rocca”, indimenticabile.

Colli Aprutini Pecorino IGT - Emidio Pepe

Il venerato maestro del vino abruzzese ha dato tanto all’Abruzzo vinicolo e continua a farlo. A Torano Nuovo, sulle dolci colline teramane, fu il primo ad innalzare i due vitigni identitari della regione, Montepulciano e Trebbiano, iniziando gli imbottigliamenti ormai sessanta anni fa. Classe 1932, Emidio Pepe è ancora lì a calpestare la terra, ciò che bevete proviene ancora (davvero) dalle sue azioni sagge e ripetute ma mai sistematiche. Il lavoro ancestrale svolto dipende solo dalla natura e così vale per i vini prodotti, un tutt’uno con il territorio, un sorso d’Abruzzo mai così autentico. Ma oltre i due capisaldi con i quali la famiglia si è fatta apprezzare nel mondo, in produzione c’è anche il più recente Pecorino, un bianco suadente e generoso. Di spessore e tattilità dimostra da subito la firma Pepe con cui il varietale è integro e chiaro, sincero e totale. Di grande fascino tra toni erbacei e croccantezza prolungata, versatile e lunghissimo.

Terre Lontane IGT Calabria - Librandi

Non si può parlare della Calabria vinicola senza far riferimento alla famiglia Librandi e alla sua cantina di Cirò Marina. Un’azienda (e un nome) importante che è riuscita a dare al vino calabrese il posto che merita. La produzione è decisamente variegata, con un focus molto interessante sui vitigni autoctoni, spesso sconosciuti. Ma non più, come nel caso del Terre Lontane, un rosato energico prodotto per il 70% con uve Gaglioppo (restante Cabernet Franc). Esprime l’eleganza della viticoltura calabrese e il potenziale della Val di Neto da cui proviene, è uno dei fiori all'occhiello della cantina. Un vino gradevole ed equilibrato in cui complessità e profondità si sposano con leggerezza e freschezza; i profumi al naso sono principalmente fruttati con un sottofondo sontuoso di note salmastre e marine. Un rosato di pronta beva, dall’ottima acidità che in bocca rende il sorso piacevole e molto scorrevole. È fresco, equilibrato, asciutto, ideale durante l’estate in abbinamento a piatti freddi, perfetto per le ricette estive, soprattutto a base di pesce e per gli amanti degli aperitivi prolungati.

Blauburgunder Mazon Alto Adige DOC - Kollerhof

Alto Adige, patria italiana del Pinot Nero. Siamo a sud della regione esattamente in località Mazon, tra le zone più vocate per la produzione di questo vino. Qui la famiglia Visintin produce tra forti escursioni termiche e regimi biologici, dando alla luce grandi vini. Ne è esempio il Blauburgunder, succoso e concentrato, un Pinot Nero dalla spiccata personalità. Il naso si presenta con piccoli frutti di bosco ben delineati e in evoluzione spuntano le ciliege sotto spirito e il torrone mandorlato. La bocca è sapida, l’acidità spiccata, la persistenza buona e il tannino morbido perfettamente integrato. Un vino che invoglia sempre al sorso successivo per cui, forse, una bottiglia non basterebbe, inoltre è da provare anche a qualche grado in meno rispetto ai normali 18°.

Cannonau di Sardegna DOC - Antonella Corda

© pierluigi dessì/confinivisivi

A sud dell’accogliente Sardegna, nel territorio di Serdiana, la giovane agronoma Antonella Corda produce il suo Cannonau con grande maestria e slancio. È un vino che segna la nuova strada del Cannonau: mettete da parte l’idea che avete di questo vino come pesante, molto alcolico e a tratti indigesto, qui è tutta un’altra musica che allieterà le vostre serate, anche quelle estive. La scelta di fare macerazioni delicate e brevi passaggi in botti non tostate esaltano e premiano gli aromi tipici di queste uve. Il naso aggraziato ricorda prima la ciliegia e la rosa e poi la frutta secca, arachidi e pistacchi, un abbraccio di macchia mediterranea; di beva agile e snella, la parte alcolica è ben presente e in evoluzione si esprime anche con note salmastre e marine. La bevuta è tanto scorrevole quanto armonica, con un tannino tenue e una persistenza che invoca il bis.

Chianti Meme Superiore - Fattoria di Petrognano

Parole d’ordine semplicità e agilità per questo Chianti fresco, dalla buona acidità e bevibilissimo. Il Meme Superiore è prodotto a Montelupo Fiorentino (da coltivazioni a regime biologico) con maggioranza di Sangiovese (95%) e la restante parte di Canaiolo, il vitigno storico della formulazione tradizionale del Chianti, che gli dona un tocco di morbidezza in più e una nota amarognola appena percepibile sul finale. Al naso è lineare su frutta rossa matura, soprattutto mirtilli, in bocca è vibrante e scorrevole con il tannino misurato. La bevuta è doppia grazie ad una buona persistenza che riporta ai sensi la lieve speziatura tipica del Chianti. La bottiglia assaggiata (2018) custodisce un vino versatile di cui va premiata la piacevolezza generale e la leggerezza, perfetto anche, come in questo caso, con una pizza ai funghi porcini.

Brunello di Montalcino Riserva 2012 - Biondi Santi

Armonia, eleganza e accessibile complessità caratterizzano un vino prodigioso che ha davanti a sé cento anni. Non esiste un momento giusto per un vino di questo tenore, ogni momento, se voluto, è quello perfetto. Tutti gli appassionati enoici conoscono Tenuta Greppo, casa di Franco Biondi Santi, padre del Brunello di Montalcino; qui è stato scritto un capitolo importante della storia vitivinicola italiana che oggi continua a vivere (anche) grazie a questa etichetta. Nella storia della famiglia, dal 1888 fino ad oggi, la Riserva è stata prodotta soltanto 39 volte, di cui ben 24 a firma del signor Franco. Un tocco inconfondibile di raffinata struttura, armonia, gioventù predestinata sin dall’inizio come nel caso della 2012 appena in commercio: evoluzione negli anni e lunghissima vita in bottiglia ma già ora presenta una beva emozionante e tenue, delicata e piena, i tannini fitti e levigati sono in perfetto equilibrio con l’acidità.

Collepiano Sagrantino di Montefalco - Arnaldo Caprai

Quanta storia tra i vigneti umbri in cui da secoli si coltiva il Sagrantino. Marco Caprai ne esalta l’identità e ne rispetta la storia. I vini prodotti sono diversi (anche bianchi tra cui spicca il Grecante -100% Grechetto- dalle spalle larghe) ma il Collepiano è come un amore che non si dimentica, conforta ogni volta che lo si rincontra. 100% Sagrantino è intenso con nuance di frutta matura e confettura di mora, un banco di spezie ed erbe aromatiche come rosmarino e salvia, fuse nella tenue amarena che riempie la bocca. Nella bevuta il tannino è vispo (annata 2015 assaggiata), il sorso è morbido, setoso e persistente, con un lungo finale che riporta alla polpa di ciliegia, visciola, amarena, un excursus nella famiglia dei frutti rossi. Si prospetta grande longevità per il Collepiano ma se non avete voglia di aspettare concedetevelo già da subito, semmai con una cena degna di nota a base di selvaggina di pregio.



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